Mondo Doping - Angeli demoni e furbetti nello sport

Prefazione di
Eugenio Capodacqua

 

Ho terminato un altro libro antidoping, un altro inno allo sport pulito, che uscirà entro fine ottobre. Questa è l'introduzione del libro che sarà presentato sabato 8 novembre a Pistoia durante l'edizione 24^ del Memorial Gimapaolo Bardelli 

Il significato di questo libro

Nelle mie intenzioni questo libro rappresenta uno sviluppo della ricerca e dell'approfondimento delle problematiche del doping-antidoping. Dopo due libri dedicati esclusivamente al ciclismo ( nel 1999 “Ivano Fanini -Amore & vita per il ciclismo”; nel 2004 “Generazione Epo-Chi e come ha distrutto il ciclismo”- Primo premio CONI 2005 per la saggistica sportiva), stavolta ho voluto ampliare gli orizzonti anche su un arco più ampio di discipline sportive ( in particolare calcio, atletica leggera, ippica, tennis, pugilato, nuoto, automobilismo), e dovunque ( anche, per esempio, sui palestrati e sul wrestiling) la grande piovra del doping si sia caratterizzata in negativo per la sua abnorme diffusione e contaminazione, ledendo alla radice il significato della sana competizione sportiva e le ragioni storiche e naturali del fascino dell'evento sportivo come tale.

Non considero conclusa la mia ricerca : è già in avanzata gestazione “ Un mondo di dopati” che sarà una esauriente e minuta cronistoria dei fatti di doping degli ultimi anni delle maggiori discipline sportive. Lavorando su una documentazione pazientemente raccolta nel corso degli anni da fonti plurime, sono pervenuto alle conclusioni che il libro sintetizza e raffigura nei demoni e nei furbetti, purtroppo presenti e dolosamente attivi in gangli vitali della società mondiale ed a tutto disposti per inquinare lo sport e per asservirlo a disvalori : sete di denaro, interessi economici perversi e visione antietica della vita.

Fortunatamente ci sono anche gli “angeli”, persone per bene, sportivi corretti, società sportive meritevoli, esperienze positive, forze sane, esempi da additare, stimoli costruttivi da raccogliere e far fermentare, che rappresentano il lato construens, la speranza, la prospettiva sana di un futuro migliore e depurato rispetto a tante miserie attuali .

Al fondo, in sostanza, il “succo” di tutto è rappresentato da tre elementi sui quali intendo richiamare l'attenzione generale : 1)le responsabilità fondamentali e decisive di troppi medici dello sport (dietro ogni atleta che si dopa c'è sicuramente la complicità di un medico) e di tutto il sistema organizzativo e pratico che ruota attorno agli atleti-attori. 2)l'insufficienza culturale e sociale del CONI e delle Federazioni Sportive che si sono dimostrate non capaci di attivare un sistema operativo di indirizzi etici e di politica sportiva che differenzi pratica sportiva e formazione di base da un lato e sport agonistico-professionistico dall'altro. Due mondi, ormai, divergenti nelle loro prospettive e nei loro obbiettivi sociali. 3)Il ruolo insufficiente e parziale degli organi di informazione ( TV di Stato, in testa) che non svolgono una adeguata funzione di corretta informazione e che, di solito, preferiscono rimanere alla superficie delle notizie e dell'evento.

Il libro documenta e commenta, informa e deduce, propone in sostanza un livello di conoscenza per stimolare riflessioni singole autonome ed il formarsi di una opinione pubblica che cominci a pesare di più per avviare una nuova, più positiva stagione dello sport e per recuperarne tutte le potenzialità di corretta pratica sportiva, primaria fonte di formazione ed educazione dei giovani, spettacolo pulito ed esaltante, bello da vedersi, meraviglioso da praticarsi, affascinante da raccontarsi. Renzo Bardelli

Prefazione di Eugenio Capodacqua

E se si tiene conto che mediamente i sequestri rappresentano il 15% del “mercato” complessivo (un giro d’affari stimato dagli esperti attorno ai 600 milioni di euro l’anno), si può ben comprendere come sia perfino logico che a “governare” questo fenomeno siano entrate le mafie e le camorre nazionali e internazionali, dando all’insieme un aspetto in perfetta sincronia con la cosiddetta mondializzazione dei mercati. Siamo di fronte al doping come fenomeno mondiale e, va detto subito, non siamo attrezzati per combatterlo. I paesi che hanno leggi antidoping vere e proprie sono pochissimi (Italia, Francia, Spagna, Belgio), anche se molti paesi si stanno adeguando. "La gran parte degli scambi – dice ancora Ortolani - avvengono su Internet per reperire clandestinamente i farmaci e le sostanze". Un mercato virtuale che sfrutta siti che hanno il loro 'quartier generale': “In Paesi che non hanno leggi chiare in materia o che non effettuano controlli". E non bisogna andare troppo lontano, "Ce ne sono anche in Europa". Atleti professionisti o dilettanti, sportivi della domenica, medici, farmacisti, personal trainer, informatori scientifici, titolari di centri benessere: tutti sono coinvolti, anche minorenni. Come pure lunghissimo è l'elenco delle sostanze sequestrate: steroidi, anabolizzanti, anoressizzanti, integratori alimentari, sostanze stupefacenti, anfetamine. E mancano all’appello tutte le pratiche vietate e le manipolazioni che costituiscono comunque un'altra branca non secondaria del doping a vari livelli. Le cattive abitudini si prendono da piccoli. "Un buon 50% dei ragazzi che fa sport assume sostanze per aiutare a migliorare le proprie prestazioni, non importa se si tratta di sportivi professionisti o no. Si va - spiega Giovanni Caldarone, nutrizionista clinico e medico dello Sport a Roma - dall'uso delle vitamine fino agli steroidi. E si tratta di comportamenti sbagliati che si imparano sin da giovanissimi. Anche a sette, otto anni i bambini prendono creatina e aminoacidi ramificati". Un meccanismo che è "lo stesso alla base del ragionamento con cui si dice che dal consumo di droghe leggere prima o poi si possa più facilmente passare a quello di sostanze stupefacenti più pericolose". E qualche responsabilità, non secondaria, va attribuita anche ai genitori "che non solo non vigilano con attenzione su cosa fa il loro figlio, ma che spesso sono gli stessi fornitori di vitamine e integratori, assolutamente non necessari, tantomeno ai giovani a cui serve solo l'acqua per reidratarsi dopo lo sforzo".

Ma i medici, come spiega bene Bardelli in questo libro, hanno una grossa responsabilità: senza la loro “complicità” certe pratiche e certe sostanze troverebbero difficilmente la diffusione che hanno. E ai medici fa riferimento l’eterno problema della salute e dello sport che fa bene o male."Il certificato di idoneità alla pratica sportiva ha un mero carattere fiscale – dice ancora Caldarone - e oggi serve più che altro a tutelare legalmente le palestre. Non costituisce invece un primo, serio controllo delle condizioni di chi lo richiede. E invece un buon medico dello sport dovrebbe chiedere e indagare sulle intenzioni di chi ha deciso di iniziare una qualsiasi pratica sportiva". Comprese quelle amatoriali nelle palestre. Ma basta entrare in uno qualsiasi degli oltre 10 mila centri fitness della penisola, a cui vanno aggiunti tutti i centri sportivi, per trovarsi facilmente davanti, in bella vista, il frigo con qualsiasi tipo di integratore, o il banco con barrette e snack per chi fa sport. Se non peggio. Manca un controllo capillare, ci si affida ad un esile codice etico, facilmente dimenticato e/o stravolto. Ma cosa spinge adulti e giovani, anzi giovanissimi, a fare uso di integratori o peggio di sostanze proibite? "Dentro le palestre e i centri sportivi – secondo Massimo Di Giannantonio, psichiatra all'università Gabriele D'Annunzio di Chieti - si aggirano oramai due degli spettri più gravi del nostro tempo, quello dell'apparire e quello che spinge a scendere a ogni genere di compromesso per raggiungere un determinato obiettivo, che si ritiene legittimo. Oramai dunque la parola fitness è svuotata di qualsiasi significato". Ovvero, alla base del fenomeno c’è: "Il ruolo basilare che l'immagine ha assunto nella società contemporanea. Oggi - dice Di Giannantonio - i muscoli e l'uso di sostanze proibite sono percepiti come strumenti per accreditarsi all'esterno con una immagine forte". In pratica una corazza che si indossa "Quando si pensa che in un confronto interpersonale non si riscuoterebbe altrettanto effetto". E a questo meccanismo non sono indenni i più giovani che anzi, in virtù della loro età "Ipertofizzano questi comportamenti. Senza neppure tenere conto dei propri limiti fisici, con pericolosi compromessi per la loro salute fisica e psichica". Quindi, accanto alla lotta al doping sportivo andrebbe alimentata quella al doping "domestico", cioè di chi non pratica sport a livello professionale o dilettantistico ma solo per sé. Un obbiettivo ancora lontano. Inutile aggiungerlo. Sospeso sull’abisso.

Un giovane che oggi volesse praticare sport seriamente, con ambizioni agonistiche, ma anche semplicemente curare il proprio fisico a scopo salutistico si troverebbe nella non facile condizione dell’equilibrista sul filo e con forti propensioni a cadere. Tante, troppe le spinte verso il risultato e la prestazione da ottenere ad ogni costo; tante, troppe le lusinghe della farmacia, consentita e non; dell’aiutino che dà la “spintarella” e la “marcia” in più. E’ il cosiddetto “modello italiano”, quello – unico purtroppo - in voga in quasi tutti gli sport sotto l’egida del Coni, la via nostrana allo sport praticato è una delle molle più potenti che spingono i giovani verso il doping. Un modello che passa necessariamente attraverso un’assurda distorsione dell’attività sportiva giovanile. Dirigenti ed allenatori tesi solo a scoprire nuovi talenti; tesseramento per l’agonismo sempre più precoce; selezione esasperata dei “talenti” (considerati tali solo in funzione della prestazione; degli altri chissene...); emarginazione dei bambini che di talento non ne possiedono abbastanza; specializzazione precoce. Tutto per un solo fine: risultati, medaglie che nello sport moderno vogliono dire soldi. Prima di tutto per l’ente che monopolizza lo sport: il Coni. Che a fronte dei piccoli emolumenti offre quasi esclusivamente le medaglie olimpiche o mondiali.

Lo Stato versa nelle casse del Foro Italico 462.228.700 euro (bilancio Coni 2007). Letto in vecchie lire, tanto per non dimenticare il valore delle cose, siamo a quota 894 miliardi, 999 milioni, 564.949. Insomma vicini agli 895 miliardi. Lasciamo perdere per un attimo i discorsi cosiddetti "sociali", cioè quanto di questa cifra va a finire per la crescita dell'educazione e della pratica sportiva, in altre parole di una "cultura" sportiva che non sia incentrata esclusivamente sulla filosofia della prestazione e del risultato. Al Coni - non è una novità - il criterio "meritocratico" è uno solo: chi vince ottiene di più, come osserva un emerito collega su un quotidiano a diffusione nazionale. Cioè i soldi vengono divisi in funzione di risultati e medaglie. Per avere un idea delle proporzioni in atto, se alle FSN, cioè alle federazioni sportive nazionali vanno 221.323.328 euro (dati tratti dal bilancio 2007) agli enti di promozione sportiva (molti dei quali autentici "bracci sportivi" di partiti politici; anche questo un aspetto su cui meditare e probabilmente intervenire) finiscono solo 17.999.985, ivi compresi i 2.877.000 del Cusi, lo sport universitario. L'attenzione dell'Ente per lo sport per tutti e di tutti vale poco più del 3,8% del budget totale del Coni. Non avremo mai una grande cultura sportiva continuando su questa strada, ma intanto i nostri amati dirigenti sportivi ci gettano in faccia i risultati."Noi vinciamo le medaglie, meglio noi della nostra economia". E via, a gonfiarsi il petto. Sono 28 quelle che arrivano da Pechino, con un pizzico di buona sorte sarebbero state 4-5 in più ma il discorso di fondo non cambia: sono medaglie "pesanti" perché ciascuna di esse ci costa un patrimonio: siamo intorno ai 24 milioni e mezzo di euro ciascuna, cioè quasi 47 miliardi e mezzo di vecchie lire, pur limitando il discorso alle sole "spese vive". Infatti se si addizionano tutti i vari contributi alle discipline olimpiche nel quadriennio, si arriva alla bella somma di 685.898.488 euro. Quasi 686 milioni di euro, ovvero 1.328 miliardi di vecchie lire e rotti. Ovvero 24,5 milioni a medaglia circa. E sono soldi che vengono tutti dalle tasche del contribuente, essendo attualmente il Coni finanziato interamente dallo Stato. Una cifra che difficilmente trova concorrenza in ambito internazionale, se si escludono paesi totalitari come la Cina, che affida allo sport parte importante della sua immagine politica e comunque, alla fine, le sue 100 medaglie olimpiche se le è ben portate a casa.

Ci si può meravigliare in questo contesto che il fenomeno doping fra i giovani sia percepito in modo poco chiaro? A loro arriva un’uniformazione confusa, spesso addirittura contraddittoria. Su di loro agiscono spinte e “modelli” – prima di tutto quello “prestativo” – che piegano ogni e qualsiasi volontà. I media glissano o minimizzano. I “dopati” di oggi tornano subito ad essere “campioni” domani: basta fare un risultato, magari vincere, non importa come. E’ quello che ho definito in uno dei miei scritti su “SportPro” il buonismo dalla memoria corta. Un fenomeno che si sta diffondendo sui media e che ormai dalla storia (leggi negazione dell’olocausto) arriva anche allo sport. In cosa consiste? Semplice: prendete un avvenimento, una situazione storica, un personaggio diciamo “discusso” solo qualche tempo fa, fate passare il tempo che serve perché si perda nell’opinione della gente la memoria dell’eventuale “misfatto” compiuto o nel quale il personaggio è stato coinvolto, aggiungeteci un pizzico di intervista accomodante (cioè con domande che non vanno al di là dell’evidente e del banalmente immediato) e il gioco è fatto. Ecco l’ex “cattivo” diventare buono, o se proprio non si può, eccolo trasformato in povero cristo vittima di chissà quale sistema persecutorio. Un meccanismo ben noto a tanto berlusconismo e che funziona sul principio della dimenticanza. E’ la memoria negata che, dai e dai, scava la pietra. Altro che la classica goccia. Gli esempi sarebbero infiniti.

Tanto per capire, ecco su “Repubblica” una mega-intervista a Paolo Bertini, l’arbitro che perfino la discussa Federcalcio ha il pudore di ripresentare. E di fatto lo mette fuori dai suoi organismi. “Non sono l’arbitro di Moggi”, dice l’ineffabile fischietto, ormai ufficialmente un ex. “Mai favorito la Juve. Ho sbagliato anche a vantaggio degli altri”. Insomma da protagonista in negativo della vicenda “sim e telefonate” a vittima. Ora, delle due l’una: o i giudici che si sono occupati della sua vicenda sono dei pazzi visionari, oppure c’è qualcosa che non torna nelle parole dell’ex maglietta nera, accolte senza la minima obiezione. Solo il 15 aprile del 2007, non molto tempo fa, dunque, un articolo sullo stesso giornale raccontava di 42 telefonate in 24 ore con argomento centrale il match fra Juve e Milan del 18 dicembre 2004 (finito 0-0). “Un tabulato sul quale sono riportati, analizzati e graficamente visualizzati i dati delle quarantadue chiamate che nelle ventiquattro ore precedenti al fischio di inizio della partita corsero sulle linee telefoniche svizzere in uso a Moggi, al suo collega e complice Fabiani, e all' arbitro Bertini. Quarantadue telefonate che, secondo i pm Beatrice e Narducci, determinarono «un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento della competizione (...) esito perseguito dal Bertini che si adoperava per il raggiungimento di un risultato comunque favorevole alla squadra di Moggi».La Juve era prima in classifica con 38 punti. Il Milan seguiva a 34. Una vittoria dei rossoneri avrebbe ridotto il distacco ad un punto. E la vittoria del Milan non ci fu. Anche qui alla fine prevale il buon cuore. Un anno e poco più e tutto passa nel dimenticatoio. E’ la riabilitazione via stampa attraverso la negazione della memoria. Il doping si impara da giovani. Da una parte le continue spinte verso l’aiutino, verso quel particolare prodotto che accelera il recupero o che consente di dimagrire più in fretta, verso le vitamine “che la frutta di oggi non ha più”, verso l’integratore più o meno contaminato (“altrimenti come fai a fare 100 chilometri in bici tutti i giorni?”). Per poi scivolare quasi meccanicamente verso prodotti e “aiuti” più potenti che un’industria oggi in espansione mondiale spinge sui fronti del lecito e dell’illecito.

 Eppure di questa realtà i giovani non hanno una corretta percezione. Lo dice una interessante ricerca sui ragazzi delle scuole medie di Verona, fatta dai professori Guido Fumagalli e Roberto Leone, della facoltà di scienze motorie dell’Università di Verona. 1300 questionari distribuiti, di cui 969 analizzati (96,6%). Ebbene, il dato più saliente è che la pratica sportiva risulta diffusa: quasi l’80% pratica uno sport e lo fa da oltre 5 anni. Ma il giudizio nei confronti del problema doping è a dir poco preoccupante: ben il 14% degli studenti ha un atteggiamento favorevole (il 12% ritiene addirittura che non debba essere punito), e un ulteriore 16% ha un atteggiamento ambiguo. Un ragazzo su tre. Solo il 5% pensa che il doping possa dare dipendenza come le sostanze stupefacenti, ma quel che più conta circa il 20% risponde “si” alla domanda se una competizione di altissimo livello e/o con grande ritorno economico giustificherebbe l’uso del doping. E il 37% farebbe giocare un atleta malato se fosse disponibile a riprova che l’atleta è ormai considerato più una macchina da prestazione (che deve comunque funzionare), che un essere dotato di sentimenti e umanità. Questo modo di pensare, secondo l’indagine, ha soprattutto un responsabile: i media. Che una volta di più coprono, glissano, mistificano, disinformano. Infatti per i ragazzi le fonti di informazione sul doping sono costituite per più del 70% da tv e radio; per il 65% dai giornali e solo per il 20% dalla scuola. Le informazioni sul doping e le sostanze dopanti sono in generale insufficienti anche nel caso di sostanze, come l’EPO, di cui molto si è parlato sui “media”. Dei farmaci si conosce poco e quel poco non riguarda la tutela della salute individuale. La scuola, l’ambito sportivo e la famiglia non sembrano svolgere un ruolo importante nelle conoscenze in questo campo.

Che fare allora? Formazione e informazione, prima di tutto. Media, scuola, famiglia, società sportive. E’ ovvio ma tutto questo appartiene ad un modello ancora tutto in divenire. Un modello cui Bardelli si richiama quando parla di sport etico e di valori da ripristinare. Renzo ha fatto riferimento ad una intera “generazione epo”, riferendo in un altro libro della diffusione di un prodotto che consentiva “miracoli” a livello prestativo, simbolo concreto di una mentalità truffaldina diffusa e dominante. In questo ultimo libro il discorso si fa più generale: il problema ha ben altre dimensioni: è la trasformazione dello sport intero, non solo del ciclismo, nelle sue più svariate sfumature, indotta dalla dilagante mercificazione, che fa pensare ad una “generazione di furbi e furbetti”. Bisogna uscire da questo “cul de sac” se si vuole invertire la tendenza. Questa ultima, attenta e documentata analisi di fatti e avvenimenti di Bardelli è un validissimo aiuto per conoscere e ricordare. Per gettare i semi di una nuova consapevolezza.

Chiudi la pagina